Le Ue pensa alla privacy. I social non sono curriculum

di ELENA COMELLI

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Milano, 14 luglio 2017 – Controllare il profilo Facebook o Twitter di un candidato prima di decidere se assumerlo potrebbe andare contro le norme europee sul trattamento dei dati personali, in base alle linee guida Ue sull’utilizzo dei dati che entreranno presto in vigore. Una pratica, quella di sbirciare sui social network, ormai molto diffusa: in base a un’indagine condotta da CareerBuilder, su oltre duemila datori di lavoro, circa il 60 per cento degli intervistati ha ammesso di usare questo sistema per scremare i candidati prima di prendere una decisione.

Le linee guida – elaborate dal gruppo di lavoro Ex Articolo 29, l’organismo incaricato di indicare le buone pratiche in tema di protezione dei dati, composto da un rappresentante delle Autorità di protezione dei dati personali designate da ciascuno Stato membro, dal Garante europeo della protezione dei dati e da un rappresentante della Commissione – spiegano che i datori di lavoro potrebbero considerare erroneamente giustificate le verifiche sui social media, perché si tratta di profili accessibili al pubblico.

In realtà, anche se sono pubblici, non è detto che i profili si possano utilizzare alla leggera, perché in questo modo s’invadono ambiti personali come le opinioni politiche o l’orientamento sessuale dei candidati, senza dar loro la possibilità di difendersi. «La visibilità degli account – si legge nel documento – dipende dalle impostazioni scelte dall’utente. Questo però non significa che i datori di lavoro possano utilizzare sempre i dati disponibili solo perché contenuti in un profilo pubblico». Prima di spulciare le informazioni contenute sui social media, le aziende «dovrebbero valutare se l’account del candidato è legato alla sua attività lavorativa o usato per scopi privati».

In base a questo approccio, sembra legittimato l’accesso a un social network come LinkedIn, dedicato alla propria attività professionale, ma non è detto che sia autorizzato quello a Instagram, perché le foto scattate con famiglia e amici hanno poco a che fare con le caratteristiche da valutare prima di un’assunzione. In realtà, però, il confine è spesso più sfumato e non sarà semplice definirlo. Le linee guida parlano di un accesso «consentito» solo ai dati «necessari e rilevanti» per capire «le performance del lavoro per il quale si è candidati» o «per appurare la presenza di eventuali rischi in caso di specifiche funzioni».

Da una parte – scrive la presidente del gruppo di lavoro Isabelle Falque-Pierrotin – le imprese hanno «il legittimo interesse» di tutelarsi, dall’altra gli utenti hanno il diritto alla propria privacy. Serve quindi «una nuova cornice giuridica», oggi assente, che combini i due interessi.

Le imprese, in ogni caso, «dovrebbero informare» preventivamente l’interessato se i suoi profili social verranno monitorati, per poi «cancellare le informazioni raccolte non appena diventi chiaro che il datore di lavoro non intenda avanzare un’offerta o in caso di rifiuto da parte del candidato». Il regolamento relativo alla protezione delle persone fisiche, con riguardo al trattamento dei dati personali e alla libera circolazione di tali dati, è già stato adottato il 24 maggio 2016 ed entrerà in vigore per tutti i Paesi dell’Unione il 25 maggio 2018.

2017-07-15T13:16:49+00:00 15 Luglio, 2017|Press|