Privacy. Con il consenso dell’autorizzato, prevale la tutela dei terzi Sentenza Cassazione civile 16 maggio 2017, n. 11994 giovedì 20 luglio 2017

Annagiulia Caiazza, Ufficio giuridico Sede nazionale Aiop

Con la sentenza n. 11994 del 16 maggio 2017 (allegata), la Corte di Cassazione civile ha riconosciuto che la finalità di tutela della salute dei terzi prevale sulla tutela della privacy dei dati sanitari del paziente, quando sussiste il consenso dello stesso alla comunicazione. In questo caso, infatti, in virtù del bilanciamento di interessi, la previa autorizzazione del Garante non sarebbe necessaria perché sostituita dal consenso dell’interessato.
La decisione interviene a conferma di una pronuncia della Corte d’appello di Catanzaro che aveva riconosciuto al coniuge di una paziente infetta da epatite C, il diritto ad essere informato da parte dell’azienda ospedaliera, della patologia stessa, in modo da poter adottare le necessarie cautele per sottrarsi al contagio.
Secondo la Corte territoriale, alla luce del grave pericolo per la salute e la vita cui erano esposti i familiari, i sanitari avrebbero dovuto comunicare la patologia grave e contagiosa, in deroga sia al segreto professionale sia ai generali obblighi di riservatezza sul trattamento dei dati personali ultrasensibili della paziente. Tale obbligo sarebbe stato, inoltre, confermato dal fatto che la paziente infetta – a sua volta contagiata nel corso di una serie di trasfusioni cui era stata sottoposta nella stessa azienda ospedaliera – non era in grado di comprendere la natura della patologia da cui era affetta (a causa di disturbi bipolari) ed aveva rilasciato il consenso firmato alla comunicazione dei suoi dati sanitari al marito ed alle figlie. Di conseguenza, l’omessa comunicazione da parte dei sanitari avrebbe comportato l’obbligo di risarcimento del danno.
L’ospedale si era difeso sostenendo che nel sistema vigente all’epoca dei fatti, come disegnato dalle legge sulla privacy n. 675/1996 e del Codice deontologico medico del 1998, solo in situazioni di comprovata incapacità di intendere e di volere del paziente e quindi di impossibilità per lo stesso di disporre del suo diritto alla privacy, nel bilanciamento tra il diritto alla riservatezza e la tutela della salute dei terzi o della collettività, quest’ultimo poteva ritenersi prevalente, così giustificando la comunicazione dei dati sensibili ai parenti, da parte dei sanitari.
Secondo i giudici d’appello e di legittimità, invece, l’obbligo alla comunicazione sarebbe derivato dall’esistenza del consenso già firmato dalla paziente, rimanendo irrilevante che quest’ultima fosse o meno in grado di comprendere la natura della patologia da cui era affetta e quindi tutelare i familiari dal contagio.
A fondamento della propria decisione, la Corte di Cassazione ha richiamato l’art. 23 della legge n. 675/1996, il cui testo è ripreso dall’art. 76 dell’attuale codice Privacy, d. lgs. n. 196/2003, che così stabilisce: «Gli esercenti le professioni sanitarie e gli organismi sanitari pubblici possono, anche senza l’autorizzazione del Garante, trattare i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute, limitatamente ai dati e alle operazioni indispensabili per il perseguimento di finalità di tutela dell’incolumità fisica e della salute dell’interessato. Se le medesime finalità riguardano un terzo o la collettività, in mancanza del consenso dell’interessato, il trattamento può avvenire previa autorizzazione del Garante». Nel caso in esame non si sarebbe dunque configurata la necessità dell’autorizzazione del Garante.
Sul punto è opportuno ricordare che in linea con l’attuale disciplina, l’art. 6, lett. d) e f), del nuovo Regolamento Ue n. 679/2016, che dovrà essere implementato dalle strutture sanitarie pubbliche e private e da tutti gli altri soggetti interessati, entro il 25 maggio 2018, stabilisce che: «Il trattamento è lecito solo se e nella misura in cui ricorre almeno una delle seguenti condizioni: […] d) il trattamento è necessario per la salvaguardia degli interessi vitali dell’interessato di un’altra persona fisica; […] f) il trattamento è necessario per il perseguimento del legittimo interesse del titolare del trattamento o di terzi, a condizione che non prevalgano gli interessi o i diritti e le libertà fondamentali dell’interessato che richiedono la protezione dei dati personali, in particolare se l’interessato è un minore».

2017-07-23T12:08:46+00:00 23 Luglio, 2017|Press|