CYBER CRIME, NESSUNO SI SENTA ESCLUSO

I recenti casi di Petya e Wannacry mostrano una preoccupante escalation degli attacchi cibernetici. Ma le imprese italiane stanno gestendo questa minaccia spinte più dagli incentivi pubblici che da una reale sensibilità sul tema. Il tutto mentre sul mercato arriveranno milioni di oggetti, connessi alla rete, non dotati di adeguati sistemi di protezione. Se ne è parlato nel corso della tavola rotonda dedicata ai rischi informatici

25/07/2017
👤Autore: Beniamino MustoReview numero: 46 Pagina: 40
Il 27 giugno scorso il virus informatico Petya, partito dalla Russia, si è diffuso a macchia d’olio in tutta Europa. Petya ha disattivato centinaia di computer, rendendo inaccessibili i file, e chiedendo un riscatto di 300 dollari in Bitcoin per liberarli. Una richiesta simile a quella del ransomware Wannacry che lo scorso maggio aveva infettato migliaia di computer in oltre 150 Paesi. Dalla pubblica amministrazione alla piccola impresa, fino ad arrivare alle grandi multinazionali, nessuno sembra essere indenne da una minaccia che, in questo momento, più che un rischio che si sta gestendo assomiglia a una spada di Damocle pronta a colpire.
Perché, come è stato osservato nel corso della tavola rotonda dedicata al cyber risk, “c’è una enorme impreparazione culturale e organizzativa nei confronti di questa minaccia”. Ad affermarlo è stato Umberto Rapetto, già generale della Guardia di Finanza, oggi cyber security advisor. “Spesso si parla di questo tema con una visione quasi mistica. Eppure – ha ammonito – dovremmo riflettere sul fatto che probabilmente servirebbe una Rc obbligatoria anche per questa tipologia di rischi. Non si tratta solo di una prospettiva di risarcimento danni: per essere assicurabili bisogna innanzitutto dimostrare di aver adottato determinate procedure di sicurezza”. Lo ha ribadito anche Tomaso Mansutti, amministratore delegato della Mansutti: “nell’intero processo di risk management l’assicurazione affronta solo la parte finale. Sarebbe un errore guardare alla polizza come l’unico elemento di cui l’azienda deve dotarsi per risolvere il problema”. Per Mansutti, compito degli assicuratori è quello di accompagnare l’impresa in tutto il processo di analisi dei rischi”.
AZIENDE, LA CORSA AGLI INCENTIVI
Secondo Rapetto “in Italia siamo scampati ai recenti attacchi ransomware per via della nostra arretratezza tecnologica, che ci separa da altri contesti dove istituzioni e imprese sono molto più connesse”. E i casi Petya e Wannacry non sembrano aver gettato le aziende italiane nel panico, né aver generato in loro una particolare frenesia per dotarsi di più efficaci misure di sicurezza. “Al momento le imprese sono più che altro impegnate ad accaparrarsi, entro la fine di quest’anno, gli incentivi pubblici, iperammortamento e superammortamento, concessi a chi realizza un impianto connesso 4.0”, ha spiegato Alvise Biffi, coordinatore advisory board cyber security di Assolombarda e vicepresidente di Piccola industria – Confindustria nazionale. Biffi ha lamentato il fatto che il legislatore abbia dato una finestra di tempo molto stretta tra produzione e consegna del prodotto per l’ottenimento dei benefici fiscali. “È evidente – ha precisato – che l’aspetto della cyber security va pensato by design”.
HACKERARE IL TOSTAPANE
 “Quando si progetta un oggetto connesso – ha detto Biffi – bisogna tener conto del fatto che si espone ad attacchi di malintenzionati. La sicurezza informatica può riguardare anche un semplice elettrodomestico”. Biffi cita il caso, divenuto celebre, avvenuto lo scorso anno sulla costa orientale degli Usa, che ha messo fuori uso i siti web di colossi come Amazon e PayPal. “Quell’attacco, che si è tradotto in un intasamento del traffico informatico, era partito proprio da frigoriferi, tostapane e telecamere di sorveglianza: oggetti per i quali non erano state pensate alcune misure di sicurezza”. Come ha osservato Rapetto, “è come aver costruito dei veicoli per circolare in autostrada e poi non averli dotati di freni per poterli fermare”. Ragione per cui, secondo Rapetto, “dovremo iniziare a pensare a delle responsabilità oggettive per degli oggetti che si affacciano sulla rete, perché ciascuno di essi può essere governato dall’esterno. Tutti coloro che parlano con grande serenità dell’IoT spesso dimostrano di non aver capito di cosa parlano. Noi – ha ammonito – non siamo ancora preparati all’internet delle cose. Non siamo capaci di gestire un sistema vero, figuriamoci di gestire una rete affollata di oggetti connessi che ci danno come risposta sapere se il latte è scaduto”.
PRIVACY, LA MANNAIA DELLE SANZIONI
Oltre ai risvolti per i prodotti, il rischio cyber coinvolge anche l’ambito della tutela dei dati. Le nuove normative in materia, cosa porteranno concretamente in termini di protezione? Secondo Mansutti, le nuove regole “ci obbligano a ripensare la privacy. Non più come mero adeguamento alla normativa, ma stimolando una nuova visione della responsabilità dell’azienda per curare i dati al proprio interno”. Per Mansutti, emergeranno “nuovi profili di responsabilità per gli amministratori, che in futuro saranno molto impattanti, e di cui ancora non ci si rende conto”. Anche Biffi è dello stesso parere: “pochissime realtà stanno affrontando nel modo corretto questo tema. E l’approccio sanzionatorio funziona poco, perché le multe, in caso di inottemperanza, sono talmente elevate da sembrare irreali”.
2017-07-26T19:06:06+00:00 26 Luglio, 2017|Press|