Sulla privacy Roma e Bruxelles divise da un abisso di GUIDO SCORZA

27 luglio 2017
6
È ABISSALE la distanza tra il provvedimento con il quale ieri la Corte di giustizia dell’Unione europea ha detto no alla conclusione dell’accordo sul trasferimento dei dati dei passeggeri dei voli aerei tra Europa e Canada e l’emendamento al disegno di legge comunitaria approvato nei giorni scorsi dalla Camera dei Deputati con il quale il Parlamento italiano vorrebbe estendere a sei anni il termine per la conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico da parte dei fornitori di servizi di telecomunicazione.

A Lussemburgo i Giudici della Corte di giustizia mettono nero su bianco che nonostante la meritevolezza della finalità perseguita, ovvero l’antiterrorismo, il trasferimento dei dati personali dei passeggeri e il loro utilizzo da parte delle Autorità canadesi non possono considerarsi giustificabili e sono suscettibili di esporre a un rischio democraticamente insostenibile la privacy.

A Roma il Parlamento, in nome di un fine pure indiscutibilmente sacrosanto come la repressione della criminalità, impone ai fornitori di servizi di telecomunicazione di conservare una quantità mastodontica di dati personali di milioni di persone per sei anni: tre volte di più di quanto previsto attualmente per i dati di traffico telefonico e sei volte di più per quelli di traffico telematico.

Eppure l’Europa è una e una è la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione che accanto al diritto alla sicurezza prevede quello alla privacy. Ma non è solo l’apparente inconciliabilità nel merito tra le due decisioni a rendere siderale la distanza tra l’Italia e l’Europa nella vicenda in questione. Il tema è, soprattutto, di metodo. Il Parlamento europeo, davanti al Consiglio che gli chiedeva di approvare l’accordo ha avvertito l’esigenza – per la prima volta nella storia dell’Unione – di chiedere un parere alla Corte di giustizia sulla compatibilità tra il contenuto dell’accordo e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, con particolare riferimento alle disposizioni relative al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali.

Una scelta, ponderata, prudente e evidentemente dettata dalla straordinaria delicatezza degli interessi in gioco e dalla difficoltà di identificare un punto di equilibrio tra gli scopi perseguiti e il costo, in termini di sostenibilità democratica, del loro perseguimento.

L’emendamento in questione, invece, è approdato al Parlamento italiano in modo quasi estemporaneo, inatteso dai più – inclusi taluni dei deputati che lo hanno poi votato – “infilato” tra decine di altri emendamenti e previsioni di contenuto diversissimo.

Nessun bilanciamento di interessi – almeno all’apparenza – e nessuna richiesta di parere all’Autorità garante per la protezione dei dati personali che pure, in passato, davanti alla decisione con la quale la Corte di giustizia aveva messo fuori legge la direttiva europea che imponeva la conservazione dei dati in questione ritenendo detto obbligo incompatibile con il diritto alla privacy dei singoli, non aveva mancato di auspicare che il legislatore italiano seguisse l’esempio, vietando accumuli massicci e indiscriminati e conservazioni di durata eccessiva di dati personali.

«E ’l modo ancor m’offende» scriverebbe Dante. Il metodo utilizzato per adottare una decisione di straordinario impatto sulla vita di milioni di persone e sulla nostra democrazia lascia perplessi più del merito di una decisione di natura politica in una materia nella quale sbaglierebbe chiunque pensasse

di avere in tasca la risposta giusta o, semplicemente, quella migliore del suo vicino: sicurezza di tutti contro privacy di ciascuno è, infatti, un dilemma difficile da risolvere per chiunque.

L’autore è docente di diritto delle nuove tecnologie

2017-07-27T17:47:53+00:00 27 Luglio, 2017|Press|